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mostra2015-blu-kleinDopo aver visitato la mostra aperta al Museo del Novecento dedicata a Yves Klein e Lucio Fontana riporto un paio di spunti.
La rassegna non è facile da visitare perché i curatori e la direzione del museo hanno scelto di collocare le opere, almeno in parte, all'interno del consueto percorso museale. Al visitatore quindi in alcuni passaggi è richiesto di fare grande attenzione a quello che sta osservando: detta così sembrerebbe un fatto normale ma sempre di più i percorsi delle mostre del vicino Palazzo Reale (Segantini valga da esempio) sono privi di un filo narrativo avvincente, così che il visitatore vede dei quadri, a volte anche straordinari, ma che non parlano fra loro.

Qui è l'esatto contrario fin dall'inizio, con un accostamento tra Fontana e Boccioni (quello del "Trittico degli stati d'animo") che è immediatamente eloquente.

Si prosegue così, con un ritmo sincopato, che si fa incalzante mano a mano che il blue di Klein diviene familiare e funziona benissimo da calamita per coloro che vogliono seguire la mostra senza farsi distrarre troppo dal museo (che è da visitare assolutamente, ma prima o dopo la mostra).
Col tempo si fa strada la percezione che questo Klein in Italia seppe farsi amare non solo da Fontana - uno dei suoi primi e più appassionati collezionisti - ma anche da altri intellettuali di riferimento, come Bruno Munari o Dino Buzzati.

mostra2015-boccioni-fontanaGli episodi che scandiscono questi rapporti gettano luce umana e concreta sulla mostra e permettono al visitatore di coltivare un affetto crescente verso l'artista francese che, grazie anche ai documenti esposti, diviene un personaggio che ispira tenerezza, a modo suo.

Si arriva così alle "sale fontaniane" del Museo, quella in particolare con la terrazza chiusa che si affaccia sulla Piazza del Duomo, dove sotto il neon di Fontana è stato allestito un pavimento composto di puro pigmento blue. Non ci sono immagini fotografiche che possano restituire la sensazione che si prova in questa sala: bisogna andarci per capire che una volta nella vita, quel colore lì, bisogna proprio vederlo.

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