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"Non è di bisogno fare memoria delle femmine, perché sono di piccola età: quando sarà il tempo del maritare, se vengono a quello istato, allora ne faremo memoria". Con queste parole appuntate nel suo libro di ricordi Giovanni Morelli, membro dell'élite fiorentina vissuto tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo, ben ci introduce alla condizione delle donne di ceto elevato nel Rinascimento. Non solo affiora la dimessa rassegnazione all'elevata mortalità infantile che non risparmiava neppure le famiglie agiate, ma rivela il ruolo delle figlie femmine considerate merce da immettere sul mercato matrimoniale. L'obbligo di doverle munire di una cospicua dote, che andava a intaccare il patrimonio familiare, induceva infatti il padre a trarne vantaggio tentando in tutti i modi di combinare un matrimonio che gli consentisse di stringere legami con potenti lignaggi. Si trattava di negoziazioni vere e proprie che implicavano la stesura di un contratto matrimoniale, suggellato tra il padre della promessa sposa e il futuro marito, la celebrazione delle nozze in presenza di un notaio e testimoni, la stima da parte di professionisti degli oggetti portati in dote dentro i cassoni nuziali dalla moglie.

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zuest2014 lurati 00002I festeggiamenti sfarzosi, fino al punto da dilapidare interi patrimoni, avevano invece la funzione di ostentare pubblicamente le ricchezze delle famiglie dei giovani convolati a nozze (fig. 1) e, nel contempo, di alludere agli influssi che la nuova alleanza politica avrebbe comportato sulle dinamiche cittadine. Fine ultimo del matrimonio era quello di dare alla luce una nutrita schiera di discendenti (fig. 2), preferibilmente di sesso maschile in modo da perpetuare la stirpe, e ben presto affidati alle cure delle balie (fig. 3).

Numerose sono le chiavi di lettura della mostra: illustrare i riti che avevano inizio con la ricerca di un buon partito e si concludevano con la nascita dell'erede, riflettere sulla condizione della donna rinascimentale, scoprire la funzione e la simbologia dei preziosi oggetti che le venivano offerti in dono (fig. 4). E proprio il ruolo della donna sembra suscitare particolare stupore misto a indignazione negli spettatori, nonostante si continui a far redigere ai notai dettagliati contratti prematrimoniali, a indebitarsi pur di concedersi lussuosi festeggiamenti che marito e moglie continueranno a pagare per decenni, a esclamare la frase "auguri e figli maschi!" rivolta agli sposi, a ricorrere all'inseminazione artificiale pur di concepire un figlio, ad assumere una babysitter che li accudisca.

Ma soprattutto, nonostante le innumerevoli allegorie amorose raffigurate sui doni nuziali fin dal Rinascimento (fig. 5), sarà da tener presente che le nozze mosse da sentimento reciproco sono un'invenzione del XIX secolo, e soprattutto ancora oggi estranea a molte culture. Anche questa potrebbe essere un'interessante chiave di lettura da prendere in considerazione quando si visita la mostra...

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La mostra "Doni d’amore. Donne e rituali nel Rinascimento", a cura di Patricia Lurati, è visitabile presso la Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendriso CH) fino all'11 gennaio 2015.
La prossima visita guidata a cura della Cooperativa SULL'ARTE si terrà sabato 3 gennaio alle ore 15.

 

Dall'alto

Fig. 1 Floriano Ferramola, Incontro degli innamorati, 1510-1512, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo.
Fig. 2 Santi di Tito, Ritratto di nobildonna incinta con il figlioletto, fine del XVI secolo, Firenze, Galleria degli Uffizi.
Fig. 3 Domenico di Bartolo (?), Desco da parto, metà del XV secolo, Venezia, Galleria Giorgio Franchetti alla Ca' d'Oro.
Fig. 4 Manifattura francese, Richard Toutain (?), Testa di zibellino, 1570 ca., collezione privata.
Fig. 5 Manifattura di Gubbio, bottega di mastro Giorgio Andreoli (?), Coppa "abborchiata", 1530-1540 circa, Firenze, Museo Nazionale del Bargello.

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