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fo-2015-03-27-002Il paese dei Mezaràt è un libro pubblicato da Feltrinelli nel 2002, a cura di Franca Rame, in cui Dario Fo racconta, dichiaratamente, un "frammento" della sua infanzia.
È un racconto ricchissimo, pieno di accelerate, aneddoti buffi ed episodi tragici.
È un libro che si legge d'un fiato e che rischia di commuovere parecchio, soprattutto se siete nati in questa terra di mezzo tra la Svizzera, le montagne e il lago e se avete a che fare, per gran parte del vostro tempo, con le parole, e delle parole e di chi ben le sa usare subìte il fascino.
Se poi avete un'età per cui Dario Fo potrebbe essere vostro nonno, il gioco – bellissimo e sentimentale – è fatto.

Buona lettura, quindi.

fo-2015-03-27-001"Un paese davvero incredibile, questo Porto Valtravaglia: piazzato in riva al lago e segnato ai lati da due torrenti. Su un fianco, la rocca irta e maestosa come la piramide di Cheope. Una fornace di calce sotto la roccia. Il porto con le barche dei pescatori, un'antica filanda, due officine di meccanica e, per finire, la presenza di un'enorme vetreria con ben cinque forni.

Gli abitanti di Porto Valtravaglia erano soprannominati "Mezaràt", mezzo topo, cioè pipistrelli.
Questo per via che la maggior parte di loro viveva e lavorava di notte. Era giocoforza: i forni della vetreria dovevano rimanere in funzione ventiquattr'ore su ventiquattro perché, è risaputo, spegnere e accendere un forno impone uno stallo lavorativo che supera la settimana. Oltretutto, per sfruttare in pieno la fusione e quindi la soffiatura dell'amalgama vetroso, si è costretti a turni di lavoro continui. Lo stesso succedeva con gli operai di servizio ai forni della calce, per i pescatori che, come è noto, hanno la "calata" delle reti prima dell'alba e soprattutto per la piccola comunità quasi storica dei contrabbandieri, che anche qui come a Pino agivano preferibilmente al buio.

Così in quel paese dei Mezaràt le osterie, le trattorie, i bar e gli alberghi non chiudevano mai i battenti. Al bar Garibaldi, sul porto, avevano staccato di netto le serrande, tanto non servivano. In quei locali c'era sempre un gran movimento: i maestri di fornace in attesa dei lor turni in compagnia degli altri nottambuli tra i quali, ornamento indispensabile, si notavano giocatori d'azzardo e sfaccendati d'ogni risma. Qua e là, collocate in bell'ordine, prostitute di vario livello, leggiadria e prezzo.

Ma fra tutta 'sta caterva di fantasisti sbilenchi, i personaggi che raccoglievano maggior attenzione e rispetto, erano senz'altro i contastorie e i frottolanti.
Quella di fabulatore però non era una professione a se stante, infatti i ciarlatori provenivano da quasi tutte le categorie di mestiere della Valtravaglia. Senz'altro, e vedremo appresso il perché, il maggior numero di loro aveva però origine tra i soffiatori di vetro.

I fabulatori erano la gloria e il vanto di questo mio nuovo paese. Li ritrovavi nelle osterie, in piazza, sul sagrato della chiesa, all'imbarcadero, sulle banchine del porto. Spesso raccontavano di fatti accaduti secoli e secoli fa... ma era una ribalderia, cioè prendevano a prestito storie mitiche per trattare della realtà quotidiana e degli avvenimenti della cronaca più recente giocando di satira e di grottesco."

Dario Fo, Il paese dei Mezaràt. I miei primi sette anni (e qualcuno in più), Feltrinelli 2002

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