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Intervista ad Alessadro Leone

Fuoriscena-Accademia-01C'è una scena in Totò, Peppino e la malafemmina (1955) in cui Totò e Peppino rimangono per un attimo immobili e pieni di stupore di fronte al Duomo di Milano. E' la prima volta che due arrivano in città e non conoscono il Duomo. Allora Peppino chiede: "Che cos'è, il municipio?", e Totò che ha sempre una risposta pronta, soprattutto quando la risposta non la sa, sghignazza e dice: "Ma quale municipio! Questa deve essere la Scala, la Scala di Milano!". E' una sequenza formidabile, che inizia e finisce con i due inquadrati di spalle che camminano dandosi la mano, un po' ondeggiando, come due Charlot d'Italia, e che è diventata poi celeberrima soprattutto per il dialogo tra Totò e un vigile (meglio, un ghisa) scambiato per un soldato tedesco.

Il Duomo e il Teatro alla Scala sono forse i due simboli di Milano più conosciuti al mondo e l'effetto comico sta ovviamente tutto lì, nel fatto che solo Totò e Peppino potrebbero confonderli. Ma chissà quanti, anche tra i milanesi, saprebbero dire qualcosa del posto dove si formano gli artisti che andranno ad esibirsi nel teatro più famoso del mondo.
Divisa tra via Santa Marta e via Campo Lodigiano, l'Accademia del Teatro alla Scala pare quasi passare inosservata, confusa tra i palazzi del centro. Eppure alle sue porte si presentano ogni anno ragazzi da tutto il mondo. E' un luogo a suo modo unico, dove il talento da solo non basta, ma viene considerato un inevitabile punto di partenza a cui aggiungere tempo e fatica per arrivare all'eccellenza.
A saperci guardare dentro e a saperle raccontare, in un posto così passano decine di storie. Ci hanno pensato, e di questo siamo loro grati, Massimo Donati e Alessandro Leone, portando per la prima volta la macchina da presa dentro le aule dell'Accademia. Ne è venuto fuori un film documentario prezioso, per quello che ci mostra e per il modo in cui lo fa. Presentato alla trentunesima edizione del Torino Film Festival, Fuoriscena segue un anno di lezioni, intrecciando vite scrutando da dentro una delle più prestigiose fucine di talenti.
La possibilità di parlare con Alessandro Leone di quello che hanno trovato e del modo che hanno scelto per rappresentarlo, ci è sembrata allora qualcosa che valeva la pena di fare, adesso che il film è finalmente uscito in dvd, dopo un forse troppo breve passaggio in sala.

Fuoriscena-Accademia-02

Alessandro, come è cominciato il vostro progetto? Come siete riusciti a portare la macchina da presa dentro le aule dell'Accademia? Cosa stavate cercando?

È stato Massimo Donati a propormi di raccontare l'Accademia. Avevamo il desiderio di misurarci con un ambiente che fosse affine con le nostre passioni, dove si respirasse giornalmente la cultura del bello nell'arte. So bene che è un concetto quanto mai soggettivo, ma l'idea era proprio mettersi alla ricerca di questo "bello", partendo da un luogo in cui diverse arti sono al servizio del teatro. L'Accademia Teatro alla Scala è l'unica scuola al mondo dove si preparano tutte le figure del teatro dell'arte: lirica, danza, musica, scenografia, costumi, sono solo alcune delle componenti che partecipano allo spettacolo del teatro, in sinergia perfetta, o che tende alla perfezione. Abbiamo dunque scommesso sulla possibilità di cogliere proprio la giornaliera ricerca della perfezione che accomuna allievi e insegnanti dell'Accademia, imponendoci un approccio discreto e una forma di racconto che escludesse artifici e gli schemi classici del documentario.
Penso che sia stata la proposta di un film immersivo, di un racconto che non fosse contrappuntato da interviste e voci narranti a incuriosire i vertici di Accademia, peraltro inizialmente scettici. Il timore di una presenza invasiva nei locali delle scuole di canto, danza, costumi e scenografie è stato fugato lentamente, attraverso una definizione precisa del nostro progetto e un monitoraggio costante di ciò che facevamo all'interno. Si intenda: non sui contenuti, ma esclusivamente sull'approccio.

Il film mostra un intero anno di lezioni. Eppure, a guardarlo, si ha l'impressione che siate riusciti a rimanere miracolosamente in disparte, come se aveste girato tutto in punta di piedi. Qual'è stato il vostro rapporto con gli insegnati e, soprattutto, con gli allievi?

Abbiamo dedicato i primi tre mesi all'osservazione senza macchine da presa. Dovevamo capire come funzionava la macchina complessa dell'Accademia, cercando di costruire un dialogo con gli allievi,‭ ‬i sarti,‭ ‬i costumisti e gli scenografi,‭ con l‭'‬obiettivo di creare un rapporto di fiducia.‭ ‬In un secondo momento abbiamo acceso le macchine, scegliendo sempre posizioni defilate. Parlo di una troupe ridotta, mai più di cinque persone (che diventavano il doppio solo in teatro durante le riprese degli spettacoli).
Avevamo un canovaccio scritto, elaborato precedentemente sulla base delle informazioni prese e di ciò che avevamo osservato, ma alla fine di ogni giornata di riprese lo rielaboravamo. Si è trattato di cogliere in tempo reale non solo ciò che pensavamo potesse accadere, ma anche ciò che non potevamo prevedere. Le lezioni sono un work-in-progress sorprendente, dove si misurano professionalità diverse, la passione e la predisposizione al sacrificio degli studenti. Non potevamo rinunciare a un approccio delicato, "morbido", rispettoso di tempi e spazi. Pazientemente in attesa. Le sorprese non sono mancate mai. Con il tempo siamo scomparsi dai loro orizzonti, liberi quindi di cogliere l'insieme e i dettagli sempre da lontano, cercando di non influire sul corso della loro preparazione o di entrare sfacciatamente nell'intimità delle loro problematiche. Tutto ciò ha permesso uno scambio reciproco e reciproca fiducia. In un anno sono nate anche delle amicizie.

Nel film resistete alla tentazione di aggrapparsi ad una storia forte per fare narrazione. Manca la voce fuori campo, così tipica del documentario, né ricorrete mai alle interviste dirette. Sono scelte che fanno pensare ad un modo molto consapevole di intendere il cinema.

Avevamo dei riferimenti: Philibert, Gröning e Wiseman. Ma rinunciare ai puntelli tipici di un documentario per definizione,‭ ‬con l‭'‬obiettivo di dare spazio ad un racconto corale che si possa fruire nella sua globalità,‭ ‬non è stato così scontato.‭ ‬Eravamo però sicuri che la realtà in cui volevamo immergerci avesse il potenziale narrativo, anche drammaturgico direi, per poter costruire un racconto di immagini e di voci spontanee. Il cinema è prima di tutto immagine. La costruzione dell'inquadratura e il montaggio sono complici nel creare senso. La specificità delle arti protagoniste nel film esigeva, secondo noi, una distanza da tutto ciò che fosse lontanamente televisivo, cercando invece un dialogo tra inquadrature e sequenze che non trascurasse la metrica poetica e che potesse coinvolgere occhio, cervello e cuore del pubblico. Questo il tentativo per lo meno.

So che anche nella tua formazione c'è il passaggio da una prestigiosa accademia milanese, quella di Brera.

Ha avuto un peso specifico alto. A Brera ho costruito le fondamenta. Ma il lavoro è frutto di due teste. Massimo, che pure ha un percorso diverso (è un fisico, che ha studiato però sceneggiatura), ha una propensione alla composizione del quadro e un occhio attento. Di Brera mi porto le suggestioni di un ambiente dinamico, di una costante dialettica, di un confronto culturale proficuo. Sono passati molti anni. Parlo di venti anni fa. Ma come in tutti gli ambienti formativi, la differenza la fanno i dettagli, alcuni insegnanti.

Nel film Milano è una presenza discreta, eppure ineludibile. Rimane a margine per lungo tempo per poi quasi imporsi in un unico gesto finale. Cosa avete capito dello strano rapporto tra l'Accademia e la città che la ospita?

Una relazione profonda. Ma le sfumature di questo rapporto rimangono in parte segrete. Nel senso che riguardano l'anima della città e quella del Teatro alla Scala. Il centro storico di Milano, il dedalo di vie, quelle meno frequentate e silenziose che mettono in comunicazione le sedi dell'Accademia, il Teatro, il Duomo, Brera, i luoghi dell'arte insomma, sono un cuore vibrante, un tessuto vivo, anzi una linfa che alimenta sotterranea le superfici più scintillanti e spettacolari. Non parlo di arterie e spazi dilatati, ma di un labirinto poco frequentato in cui si è sedimentata la storia di questa città e che rende periferico tutto il resto, anche il nuovo che avanza sotto la spinta di Expo. Per questo abbiamo voluto portare nel film questa Milano. Non v'erano altre soluzioni per mettere in relazione passato e futuro. Che senso avrebbe avuto mostrare ciò che tutti conoscono o guardare la facciata del Duomo come ce la mostrano tutti gli obiettivi di ogni macchina fotografica che vi si è affacciata?
Chiudere con il concerto sul tetto del Duomo, prima di ritornare fuori città, in quell'ambiente bucolico e antico che fa da cornice inaspettata al film, ha significato un po' riassumere Milano e il suo legame con l'arte e la musica in un unico volo d'uccello.

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