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haring 004haring 003A poche settimane dall’inaugurazione a Palazzo Reale della mostra “Keith Haring – About Art”, curata da Gianni Mercurio, dedicata a uno dei maggiori rappresentanti dell’arte americana, mi torna fra le mani un libro a lui dedicato. Si tratta di una pubblicazione dal titolo “Diari”, edita nella collana Piccola Biblioteca degli Oscar Mondadori.
Come preparasi all’evento nel migliore dei modi se non avvicinandosi all’artista leggendo righe composte di suo pugno? Questa raccolta di scritti racconta non solo la sua attività professionale con digressioni artistiche e filosofiche, ma ci rivela aspetti più intimi quali i suoi punti di forza e le sue debolezze: una vita, troppo breve ma straordinaria, vissuta tra viaggi, ispirazioni e passioni.

haring 002I “Diari” vengono inaugurati il 29 aprile 1977 a Pittsburgh, quando, a soli diciannove anni, Haring è alle prese con una sorta di apprendistato in cui cerca la sua personalissima strada fra forme e concetti. Esordisce con un giuramento di fedeltà a una vita di indipendenza creativa: “… Vivo la vita a modo mio e faccio in modo che gli altri [artisti] mi influenzino solo come riferimenti esterni o come punti di partenza”.
Si chiede quale sia il ruolo dell’arte nella società ed è in questi anni che sogna, in principio si limita a quello, di diventare eterno sperando comunque che i suoi scritti fossero letti da qualcuno: lasciò infatti, di certo non casualmente, decine di taccuini manoscritti contenenti disegni e un’ampia varietà di materiale. Gli scritti sono principalmente incentrati sulla sua attività artistica, talvolta sui rapporti interpersonali o su fatti della vita di tutti i giorni.

haring 001A causa di un fortissimo bisogno di comunicazione affronta anche temi di attualità tra cui, per citarne solo un paio, la minaccia nucleare e l’orrore dell’AIDS riuscendo, abilmente, a tradurre i suoi pensieri in immagini scintillanti; è dal 1980 che i suoi ideogrammi iniziano a riscuotere un indiscusso successo. Ci racconta di lavoro, di arte, di sesso, della sacralità dei bambini, della break dance e delle altre icone della civiltà americana del XX secolo. Ormai sieropositivo da tempo, riprende a scrivere fittamente nel diario nel 1988, anno in cui cerca di dipingere per salvare altre persone dall’AIDS, non sapendo quando la malattia avrebbe messo la parola fine alla sua vita. Poco dopo la metà di settembre 1989, è all’apice della fama, ma gli resteranno solo 5 cinque mesi da vivere.

L’ultima pagina di diario è datata 22 settembre 1989 e la scrive da Pisa dove si trovava per realizzare un murale sulla chiesa di Sant’Antonio. Morirà a New York il 16 febbraio 1990. Un libro che ci fa viaggiare in prima classe nella vita di Keith Haring, genio assoluto, indiscusso del graffitismo americano nonché apprezzato dalla critica internazionale, già da quando era ancora in vita. Buona lettura e buona mostra!

A proposito di Kate Haring leggi anche: A cosa serve un artista.

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